Cittadinanza italiana iure sanguinis: la giustizia riconosce un diritto negato
In una recente e significativa pronuncia del Tribunale di Bari, datata 18 giugno 2025, è stata finalmente riconosciuta la cittadinanza italiana iure sanguinis a due cittadini brasiliani. La decisione nasce da una battaglia legale che ha avuto come scopo il recupero di un diritto legato al sangue, ma negato a causa di normative discriminatorie ormai superate. Come l’Avv. Massimo Ferrante, ha patrocinato i ricorrenti in questa causa che tocca principi fondamentali di giustizia e parità di genere.
Cittadinanza italiana iure sanguinis: il valore della discendenza
Nel caso affrontato, i ricorrenti hanno dimostrato di essere discendenti diretti di un cittadino italiano nato nel 1884 a Polignano a Mare. L’avo emigrò in Brasile e da lui discende una linea familiare ininterrotta. Nonostante ciò, il riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis era stato ostacolato da lacune normative e da un persistente silenzio amministrativo.
Il Tribunale ha ritenuto fondata la domanda, applicando i principi consolidati dalla giurisprudenza costituzionale e della Corte di Cassazione. Una parte centrale della sentenza afferma:
“La titolarità della cittadinanza italiana va riconosciuta in sede giudiziaria […] anche al figlio di donna cittadina, nato prima del 1° gennaio 1948, se la perdita della cittadinanza è conseguenza di una norma dichiarata incostituzionale.”
Questo passaggio cristallizza un principio fondamentale: il diritto di cittadinanza, anche se originariamente negato per via di norme discriminatorie, può essere riconosciuto a posteriori, con efficacia retroattiva.
Il peso della storia e l’evoluzione normativa
La vicenda non può essere compresa senza fare riferimento al contesto storico-giuridico. Prima dell’entrata in vigore della Costituzione del 1948, la legge n. 555 del 1912 regolava la cittadinanza con criteri discriminatori. La donna italiana che sposava uno straniero perdeva automaticamente la propria cittadinanza.
La Corte costituzionale, con la storica sentenza n. 87 del 1975, aveva già censurato questa impostazione, dichiarandola in contrasto con il principio di uguaglianza tra i coniugi. Successivamente, la sentenza n. 30 del 1983 stabilì che anche i figli di madre cittadina potessero trasmettere lo status di italiani. Ma fu solo con la Cass. SS.UU. n. 44661 del 2009 che la giurisprudenza aprì definitivamente la via a un riconoscimento giudiziario ampio e sistematico.
Il Tribunale di Bari, nella sentenza in commento, ha espressamente richiamato questa evoluzione. Ha riconosciuto che gli effetti della legge ingiusta devono ritenersi cessati a partire dal 1° gennaio 1948, data di entrata in vigore della Costituzione. Di conseguenza, ha affermato che:
“La cittadinanza deve ritenersi automaticamente recuperata per coloro che l’hanno perduta o non l’hanno acquistata a causa di una norma ingiusta.”
Cittadinanza italiana iure sanguinis: il ruolo del giudice e il silenzio della P.A.
Uno degli aspetti più interessanti di questa sentenza è il comportamento dell’amministrazione. Nonostante i ricorrenti avessero presentato domanda con ampia documentazione a sostegno, il Ministero dell’Interno non ha mai fornito risposta. Il giudice ha quindi ritenuto fondata la richiesta di intervento giurisdizionale.
La pronuncia si colloca nel solco di altre sentenze che ribadiscono l’importanza del ruolo del giudice nel garantire l’effettività dei diritti costituzionali. L’art. 3 della Costituzione impone l’uguaglianza giuridica e morale tra uomo e donna, e ciò non può essere vanificato da silenzi o inazioni amministrative.
La documentazione genealogica: un tassello decisivo
Nel caso di specie, la ricostruzione dell’albero genealogico è stata essenziale. Sono stati prodotti documenti apostillati e tradotti, attestanti il legame ininterrotto tra l’avo italiano e gli attuali discendenti. La cura nella raccolta della documentazione è risultata decisiva per il buon esito della causa.
Il giudice ha accertato che l’avo non ha mai rinunciato alla cittadinanza italiana e ha quindi trasmesso lo status ai suoi discendenti. Di conseguenza, la cittadinanza italiana iure sanguinis è stata riconosciuta con effetto dalla nascita, in applicazione del principio della retroattività del diritto acquisito.
Il principio dell’imprescrittibilità del diritto alla cittadinanza
Un punto cruciale della sentenza è il riconoscimento del carattere imprescrittibile della cittadinanza iure sanguinis. Come affermato dalla Suprema Corte, il diritto alla cittadinanza è uno status permanente, che può essere fatto valere in ogni tempo. In tal senso, il giudice ha valorizzato l’assenza di una rinuncia espressa da parte degli ascendenti, ritenendo ancora attuale il legame con l’Italia.
“Il diritto alla cittadinanza non può essere prescritto, né negato in base a norme dichiarate incostituzionali, i cui effetti permangono anche post mortem.”
Le conseguenze pratiche della sentenza
La pronuncia del Tribunale di Bari ha ordinato al Ministero dell’Interno di iscrivere i ricorrenti come cittadini italiani, con tutti gli effetti conseguenti. Dovranno essere aggiornati i registri dello stato civile e comunicata la decisione alle autorità consolari competenti.
Sebbene la sentenza non condanni la P.A. al pagamento delle spese, ciò è dovuto alla mancata costituzione in giudizio e alla mancanza di un contenzioso vero e proprio. Tuttavia, essa riafferma la legittimità di agire in giudizio per ottenere l’accertamento del diritto, in caso di silenzio o inerzia della pubblica amministrazione.
Cittadinanza italiana iure sanguinis: una via ancora possibile
Il riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis rappresenta oggi una possibilità concreta per migliaia di discendenti di emigrati italiani. La sentenza del Tribunale di Bari conferma che il diritto non si perde nel tempo, ma può essere recuperato attraverso un’azione giudiziaria mirata e ben documentata.
Come avvocato, ritengo fondamentale sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi. In un contesto storico dove i legami familiari, culturali e identitari tra l’Italia e le sue comunità all’estero restano forti, il riconoscimento della cittadinanza non è solo una questione giuridica, ma anche un atto di giustizia storica.




