Negli ultimi mesi, a Catania sta prendendo forma un interessante laboratorio sociale e giuridico che si propone di affrontare una delle questioni più spinose del panorama normativo italiano: la prostituzione.
In particolare, è nato un focus permanente che coinvolge giuristi, operatori sociali, rappresentanti delle sex worker e attivisti, con l’obiettivo di studiare il fenomeno sotto ogni aspetto e, soprattutto, di promuovere un referendum per la regolamentazione della prostituzione in Italia.
Il punto di partenza è la constatazione che, nel nostro ordinamento, la prostituzione in sé non è illegale, ma è soggetta a una fitta rete di norme che vietano l’induzione, lo sfruttamento e l’organizzazione del lavoro sessuale.
A ciò si aggiunge l’assenza di un quadro giuridico organico che permetta alle sex worker di esercitare la loro attività in condizioni di legalità, sicurezza e dignità.
Uno degli strumenti più controversi emersi negli ultimi anni è il cosiddetto codice ATECO 96.09.09, una categoria residuale che ha consentito, in alcuni casi, l’apertura di partite IVA per attività riconducibili alla prostituzione.
Ma quali sono i vantaggi e i rischi di questa strada? E perché è necessaria una riflessione più ampia sulla regolamentazione del fenomeno?
Prostituzione e ordinamento italiano: un quadro ambiguo
Per comprendere la questione del codice ATECO applicato alla prostituzione, è utile partire dal contesto giuridico attuale. La legge Merlin del 1958 ha abolito le case di tolleranza e vietato ogni forma di organizzazione della prostituzione, senza però vietare l’attività in sé, se esercitata in modo autonomo.
In Italia, quindi, la prostituzione non è reato, ma è avvolta da un alone di illegalità per via delle molteplici norme penali che colpiscono chi favorisce, sfrutta o organizza il lavoro sessuale altrui. Questo ha determinato una zona grigia giuridica in cui le lavoratrici e i lavoratori del sesso non sono né pienamente illegali, né pienamente legittimati.
Il codice ATECO 96.09.09: una scorciatoia o una forzatura?
In questo vuoto normativo si è inserito il codice ATECO 96.09.09, che identifica le “altre attività di servizi per la persona nca” (non classificate altrove).
Il caso è arrivato all’attenzione della stampa quando l’Agenzia delle Entrate, in alcune regioni, ha concesso l’apertura della partita IVA, riconoscendo implicitamente che l’attività poteva essere considerata una prestazione autonoma. Tuttavia, tale riconoscimento non ha mai assunto una valenza normativa né giurisprudenziale consolidata, ed è rimasto confinato a singoli episodi.
Vantaggi del codice ATECO per le sex worker
L’attribuzione di un codice ATECO può sembrare un piccolo passo, ma ha avuto significati importanti sul piano pratico e simbolico:
Riconoscimento dell’autonomia lavorativa
Le sex worker che operano senza intermediari possono ottenere una forma di “legittimazione” fiscale.Accesso a prestazioni previdenziali e sanitarie
Con una posizione fiscale attiva, alcune lavoratrici hanno potuto iscriversi alla gestione separata INPS, versare i contributi e accedere a servizi prima preclusi.Tutela della salute e sicurezza
In teoria, un’attività riconosciuta permetterebbe controlli sanitari volontari, accesso a consulenze e percorsi di assistenza.Maggiore trasparenza e tracciabilità dei redditi
La dichiarazione dei redditi e l’emissione di fatture per le prestazioni forniscono una cornice di trasparenza che può essere utile anche in ambito bancario o amministrativo.
Criticità e contraddizioni del sistema attuale
Nonostante i benefici, il ricorso al codice ATECO per regolarizzare la prostituzione presenta numerose criticità:
Ambiguità normativa
Il codice 96.09.09 è un contenitore residuale. Non è specificamente pensato per il lavoro sessuale, e ciò espone a rischi di contestazione da parte delle autorità.Assenza di tutele specifiche
Le sex worker non sono riconosciute come categoria lavorativa con diritti contrattuali, previdenziali o assicurativi propri. Non esiste un CCNL né tutele sindacali formali.Rischio di persecuzione penale
Nonostante la partita IVA, una sex worker può essere comunque perseguita per favoreggiamento o esercizio in forma organizzata, qualora ci siano collaborazioni o intermediazioni.Disparità territoriali
La possibilità di ottenere una partita IVA è fortemente condizionata dall’interpretazione delle sedi locali dell’Agenzia delle Entrate. In alcune città è concessa, in altre è negata.
Il focus catanese: studio e proposta di referendum
È in questo contesto che nasce il focus sulla prostituzione avviato a Catania, promosso da associazioni, giuristi e realtà sociali che da anni operano sul territorio. Il gruppo ha l’ambizione di studiare il fenomeno in maniera multidisciplinare, raccogliere dati, ascoltare le voci delle dirette interessate e avanzare una proposta politica concreta: un referendum per regolamentare la prostituzione in Italia.
Secondo i promotori, solo attraverso una normativa chiara, organica e rispettosa dei diritti fondamentali è possibile uscire dalla palude dell’ipocrisia giuridica in cui versa attualmente il nostro Paese.
I modelli europei a confronto
Il focus ha già avviato una serie di confronti con modelli adottati da altri Paesi europei:
Germania e Paesi Bassi: legalizzazione e regolamentazione con registri, controlli sanitari, tasse e contratti.
Svezia e Norvegia: modello abolizionista che punisce i clienti ma non le sex worker.
Francia: penalizzazione della domanda e misure di accompagnamento per l’uscita dal “mestiere”.
Il gruppo catanese sembra orientato verso un modello regolamentativo che, pur riconoscendo la complessità del fenomeno, non si limita alla criminalizzazione o alla medicalizzazione, ma restituisce dignità e diritti a chi lavora nel settore.
Prostituzione e Costituzione: il nodo dei diritti
Un altro punto affrontato dal focus riguarda i profili costituzionali. La mancanza di regolamentazione viola il principio di uguaglianza (art. 3), il diritto al lavoro (art. 4), la libertà personale (art. 13) e la libertà economica (art. 41).
Inoltre, il vuoto normativo facilita abusi, sfruttamento, tratta e clandestinità, anziché combatterli. Una legge ben fatta potrebbe essere uno strumento potente di contrasto alla criminalità, oltre che di protezione della salute pubblica.
Il lavoro del focus non si limita alla proposta referendaria. È in preparazione anche una bozza di legge, da sottoporre a parlamentari sensibili al tema. I principi cardine della proposta includono:
Riconoscimento del lavoro sessuale come attività lavorativa autonoma.
Possibilità di registrazione presso enti pubblici.
Accesso alla previdenza, sanità e sicurezza sul lavoro.
Sanzioni chiare contro lo sfruttamento e il racket.
Educazione sessuale e prevenzione sanitaria.
Il codice ATECO rappresenta, oggi, un tentativo – forse goffo ma significativo – di colmare un vuoto normativo che non può più essere ignorato. Il dibattito aperto a Catania, con la proposta di un referendum e una riforma legislativa, è un passo importante verso una discussione matura, laica e pragmatica.
L’Italia ha bisogno di guardare in faccia una realtà sociale che non sparirà con le proibizioni. Regolamentare non significa incentivare, ma offrire diritti, tutela e dignità a chi, oggi, vive nell’ombra.




