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Avvocato Massimo Ferrante

Italia responsabile dei respingimenti in Libia: la condanna della CORTE EDU nel caso S.S. e altri c. Italia

La CORTE EDU condanna l’Italia per i respingimenti verso la Libia. È questa la sintesi della decisione emessa il 20 maggio 2025 nel caso S.S. e altri c. Italia. Una sentenza che getta un’ombra sulle politiche italiane in materia di immigrazione e soccorsi in mare.

L’ennesima decisione che dimostra quanto sia fragile il confine tra cooperazione internazionale e violazione dei diritti umani. E quanto sia necessario affidarsi a uno studio legale competente nei ricorsi alla CEDU.

CORTE EDU condanna l’Italia per i respingimenti verso la Libia: i fatti

Tutto inizia la notte tra il 5 e il 6 novembre 2017. Diciassette migranti, tra cui donne e bambini, salgono su un gommone, lasciando la Libia alle spalle. Sperano di raggiungere l’Europa, sfuggendo a violenze e detenzioni arbitrarie.

Alle 6:15 del mattino, il Centro di coordinamento dei soccorsi marittimi di Roma riceve un allarme: l’imbarcazione è in difficoltà, a 33 miglia a nord di Tripoli. La situazione è critica.

Il MRCC italiano (Maritime Rescue Coordination Centre) lancia subito un appello ai natanti vicini. Ma l’area è considerata sotto la responsabilità libica, in base a una dichiarazione unilaterale della Libia, datata luglio 2017.

La nave Sea Watch 3, battente bandiera olandese, è la prima a proporsi per il salvataggio. Ma le autorità libiche designano la motovedetta Ras Jadir per intervenire. Inizia così una drammatica sequenza di eventi.

Il naufragio, le violenze e i respingimenti

Il Ras Jadir raggiunge il gommone alle 7:30. Poco dopo arriva la Sea Watch 3. Ma la nave libica ordina all’ONG di allontanarsi, rivendicando il coordinamento dei soccorsi.

Secondo i ricorrenti, il comportamento del Ras Jadir provoca onde che fanno ribaltare il gommone. Molti finiscono in mare. Non vengono distribuiti giubbotti di salvataggio. Alcuni naufraghi vengono persino percossi e minacciati.

La Sea Watch 3 riesce a trarre in salvo parte dei migranti e a recuperare i corpi di chi non ce l’ha fatta, tra cui due bambini. Altri vengono caricati a forza sul Ras Jadir e riportati in Libia, dove subiranno detenzioni e torture.

Due di loro, R.J. ed E.R.O., finiscono nei famigerati centri di detenzione di Tajura. Da lì, saranno poi rimpatriati in Nigeria. Gli altri, approdati in Italia grazie alla Sea Watch 3, avvieranno la battaglia legale che porterà al verdetto della CORTE EDU.

Il contesto: accordi Italia-Libia e responsabilità

La sentenza si inserisce nel quadro degli accordi tra Italia e Libia in materia di immigrazione, firmati a partire dal 2017. L’Italia ha sostenuto economicamente e tecnicamente la Guardia Costiera libica, ufficialmente per fermare i trafficanti e salvare vite.

Tuttavia, numerose ONG, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, denunciano da anni le violazioni sistematiche dei diritti umani nei centri di detenzione libici. Arresti arbitrari, torture, stupri e trattamenti disumani sono all’ordine del giorno.

La CORTE EDU condanna l’Italia per i respingimenti verso la Libia proprio alla luce di questo quadro. Secondo Strasburgo, le autorità italiane non potevano ignorare le condizioni in cui sarebbero finiti i migranti riconsegnati ai libici.

CORTE EDU condanna l’Italia per i respingimenti verso la Libia: la decisione

Il principio affermato dalla Corte è chiaro e dirompente:
“Uno Stato non può sottrarsi alle proprie responsabilità internazionali delegando il controllo delle operazioni di soccorso a un altro Paese, se tale delega espone le persone a violazioni dei diritti umani.”

La Corte ha rilevato che l’Italia ha esercitato un controllo effettivo sull’operazione. Ha ricevuto l’allarme. Ha coordinato la prima fase dei soccorsi. Ha collaborato strettamente con i libici, ben conoscendo la situazione nei centri di detenzione.

Nonostante la zona fosse formalmente sotto la responsabilità SAR libica, l’Italia non poteva lavarsi le mani della vicenda. E non poteva ignorare che la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per i migranti.

Violazione del principio di non-refoulement

La sentenza richiama il principio fondamentale di non-refoulement, sancito dall’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Secondo tale principio, è vietato respingere una persona verso un Paese dove rischia torture, trattamenti disumani o degradanti. La CORTE EDU ribadisce che questo divieto si applica ovunque uno Stato eserciti un controllo effettivo, anche in mare aperto.

L’Italia, nel caso S.S. e altri c. Italia, ha violato questo principio, esponendo i migranti a gravi rischi per la loro incolumità.

L’importanza di affidarsi a un avvocato esperto in ricorsi CEDU

Casi come quello dei migranti del 2017 dimostrano quanto sia complesso far valere i propri diritti contro gli Stati. Solo un avvocato esperto in ricorsi alla CEDU può costruire un percorso legale efficace.

Il successo dei ricorrenti in questo caso è frutto di anni di lavoro, con30 il supporto di legali specializzati e di organizzazioni internazionali come Amnesty e il Centro AIRE.

Affidarsi a uno studio legale competente è fondamentale per orientarsi tra norme internazionali, procedimenti davanti alla CORTE EDU e documentazione da produrre.

Un precedente pesante per le politiche italiane

La sentenza rappresenta un duro colpo alle politiche di esternalizzazione dei controlli migratori attuate dall’Italia e dall’Unione Europea. Ancora una volta, la CORTE EDU condanna l’Italia per i respingimenti verso la Libia, ponendo l’accento sui diritti umani.

Il principio stabilito potrà avere conseguenze anche su altri casi simili. Ogni volta che l’Italia coopera con la Libia nei soccorsi in mare, dovrà garantire che i migranti non finiscano in situazioni inumane.

Il messaggio di Strasburgo è forte: la sicurezza dei confini non può giustificare violazioni dei diritti fondamentali.

Il caso S.S. e altri c. Italia segna un passaggio importante nella giurisprudenza della CORTE EDU. Ricorda agli Stati che le loro responsabilità non si fermano ai confini territoriali.

La gestione dei flussi migratori deve rispettare i diritti umani, sempre. Non basta delegare ad altri Paesi il “lavoro sporco”. Non si possono chiudere gli occhi davanti a detenzioni arbitrarie, violenze e abusi.

Ecco perché, per chi subisce una violazione dei propri diritti da parte di uno Stato, è fondamentale rivolgersi a uno studio legale preparato sui ricorsi alla CEDU. Solo con un’assistenza qualificata è possibile ottenere giustizia.

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