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Avvocato Massimo Ferrante

LA CORTE EDU CONDANNA L’ITALIA PER IL CALCOLO ERRATO DELLE PENSIONI: IL CASO RAGAGNIN

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) ha emesso una sentenza importante nel caso Ragagnin contro Italia, condannando lo Stato italiano per il metodo utilizzato nel calcolo della pensione del ricorrente, Sig. Francesco Ragagnin. Il tribunale ha stabilito che l’Italia ha violato i diritti del ricorrente, garantiti dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Il contesto del caso

Francesco Ragagnin, nato nel 1940 e residente a Torrenova, aveva trasferito i contributi pensionistici versati in Svizzera in Italia, grazie alla Convenzione italo-svizzera del 1962 sulla sicurezza sociale. Tuttavia, l’INPS ha calcolato la sua pensione usando un livello di retribuzione teorico, anziché quello effettivo, creando una differenza economica considerevole.

Il ricorrente ha lamentato di aver ricevuto una pensione significativamente inferiore rispetto a quanto dovuto. Ragagnin ha presentato un ricorso contro l’Italia alla Corte EDU il 30 ottobre 2019.

La legge del 2006 e il ruolo dell’INPS

Il calcolo della pensione di Ragagnin è stato influenzato dall’entrata in vigore della Legge n. 296/2006, che ha consolidato il metodo di calcolo utilizzato dall’INPS. Secondo l’articolo 1, comma 777, della Legge, il metodo dell’INPS, che basava il calcolo su un salario figurativo, veniva ufficialmente convalidato.

Molti pensionati, trovandosi in situazioni simili a quella di Ragagnin, hanno impugnato la decisione dell’INPS nei tribunali nazionali, affermando che il metodo di calcolo contraddiceva lo spirito della Convenzione italo-svizzera. Ragagnin ha portato avanti il suo caso fino al Tribunale di Patti, che ha rigettato le sue richieste nel giugno 2019, citando l’applicazione della Legge n. 296/2006.

La sentenza della Corte EDU

Nel giugno 2024, la Corte EDU ha deliberato sul ricorso presentato da Ragagnin. La Corte ha stabilito che il metodo di calcolo utilizzato dall’INPS ha violato l’articolo 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione. Questo articolo garantisce il diritto al rispetto dei beni, e la Corte ha ritenuto che la pensione del ricorrente fosse un bene protetto da tale diritto.

La Corte ha fatto riferimento alla sentenza precedente del caso Stefanetti e altri c. Italia del 2014, in cui circostanze simili avevano portato a una condanna dello Stato italiano per violazione dello stesso articolo della Convenzione.

Le conseguenze economiche per l’Italia

Ragagnin ha chiesto un risarcimento di 715.328,29 euro per il danno patrimoniale subito, oltre a 25.000 euro per danno non patrimoniale e 5.000 euro per le spese legali. Tuttavia, la Corte ha concesso una somma inferiore, riconoscendo un danno patrimoniale di 234.000 euro e un danno non patrimoniale di 5.000 euro.

In particolare, la Corte ha stabilito che l’importo dovesse coprire solo il periodo antecedente alla morte di Ragagnin, avvenuta nel settembre 2021. La vedova del ricorrente, Maria Concetta Miracola, che ha continuato il procedimento dopo il decesso del marito, non ha sollevato ulteriori doglianze personali, quindi la sentenza ha escluso la pensione di reversibilità dalla compensazione.

Il Governo e la Corte EDU

Il Governo italiano ha cercato di archiviare il caso con una dichiarazione unilaterale, sostenendo che non era necessario proseguire con il giudizio. La Corte EDU ha però rigettato la richiesta del Governo, affermando che il rispetto dei diritti umani richiedeva un esame completo del caso.

Il Governo ha contestato le richieste economiche del ricorrente, definendole “eccessive”, e ha proposto un risarcimento di 194.100 euro. Tuttavia, la Corte ha deciso che la somma dovesse essere calcolata tenendo conto delle differenze tra il metodo di calcolo corretto e quello applicato dall’INPS.

Una vittoria per i diritti dei pensionati

La sentenza della Corte EDU rappresenta una vittoria significativa per i pensionati italiani che si trovano in situazioni simili a quella di Ragagnin. La decisione della Corte evidenzia l’importanza di garantire il rispetto dei diritti economici e sociali dei cittadini europei, anche quando la normativa interna tenta di ridurre i benefici attesi.

Il caso Ragagnin potrebbe aprire la strada a nuovi ricorsi, dato che molti pensionati italiani hanno vissuto situazioni analoghe. La sentenza manda un messaggio chiaro all’Italia: lo Stato deve rispettare i diritti previsti dalla Convenzione, soprattutto quando si tratta di beni economici come le pensioni.

La sentenza della Corte EDU ha messo in luce le difficoltà derivanti dalla complessità del sistema pensionistico italiano e dalla sua interazione con convenzioni internazionali come quella con la Svizzera. Il caso Ragagnin ha mostrato come i pensionati possano trovarsi in difficoltà quando le leggi nazionali vengono interpretate a discapito dei loro diritti economici.

Inoltre, questa decisione rafforza il ruolo della Corte EDU come organo di tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali in Europa. Nonostante le difficoltà economiche e legali, i cittadini europei possono fare affidamento sulla Corte per difendere i loro diritti contro le ingerenze statali.

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