La Corte EDU si è pronunciata contro la Norvegia per gravi carenze nella gestione della custodia cautelare. La sentenza del 15 ottobre 2024 (Haugen c. Norvegia) stabilisce un principio chiaro: “Gli Stati hanno l’obbligo positivo di prevenire atti autolesivi in custodia cautelare garantendo cure adeguate.”
La vicenda: suicidio in custodia cautelare
Il caso riguardava un giovane norvegese, affetto da gravi patologie mentali, che si è suicidato durante la custodia cautelare. Dopo un precedente ricovero psichiatrico, il detenuto era stato arrestato per omicidio e sottoposto a una prima valutazione psichiatrica, che aveva evidenziato un elevato rischio di suicidio.
Nonostante ciò, le autorità norvegesi hanno trasferito il giovane da un ospedale psichiatrico al carcere ordinario. La misura è stata adottata senza un’adeguata consultazione con il personale medico e senza implementare sufficienti misure di sorveglianza.
Il 1° marzo 2020, due giorni dopo il trasferimento, il detenuto si è suicidato utilizzando un cordoncino del suo maglione e un’asta per i vestiti.
Violazione dell’art. 2 CEDU
Secondo la Corte EDU, la Norvegia ha violato l’art. 2 CEDU, che garantisce il diritto alla vita, per gravi carenze nel follow-up medico e nella sorveglianza del detenuto.
La Corte ha evidenziato che:
- Le autorità norvegesi non hanno adottato misure preventive adeguate.
- Il trasferimento in una struttura carceraria ordinaria è stato deciso senza un’effettiva valutazione medica del rischio suicidario.
- Il sistema di cura intra moenia era inadeguato e incoerente con il rischio elevato segnalato.
La sentenza ribadisce un principio chiave: gli Stati devono garantire cure e sorveglianza adeguate per prevenire atti autolesivi in custodia cautelare.
La responsabilità dello Stato
La Corte EDU sottolinea che gli Stati firmatari della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo hanno obblighi positivi verso le persone detenute. Questi obblighi includono:
- Garantire un ambiente sicuro e privo di strumenti che possano favorire atti autolesivi.
- Fornire cure mediche specialistiche adeguate.
- Prevenire trasferimenti che possano aggravare il rischio di suicidio.
Nel caso in esame, la Corte ha accertato che le autorità norvegesi non avrebbero potuto ritenere il detenuto idoneo al trasferimento in un’unità ordinaria.
Precedenti giurisprudenziali
La sentenza si inserisce in una consolidata giurisprudenza della Corte EDU. Tra i precedenti:
- La responsabilità del medico per il suicidio del paziente psichiatrico (Mostardini, 2017).
- Gli obblighi di protezione della vita in casi di violazione dell’art. 2 CEDU (Manfrin, 2023).
Questi casi evidenziano l’importanza di un coordinamento efficace tra autorità sanitarie e giudiziarie nella gestione dei detenuti vulnerabili.
Implicazioni per gli Stati firmatari
La sentenza della Corte EDU è un monito per tutti gli Stati firmatari della Convenzione. Le istituzioni penitenziarie devono adottare protocolli chiari per il trattamento di detenuti con patologie psichiatriche.
Gli obblighi degli Stati si estendono alla prevenzione di suicidi e autolesioni attraverso:
- Sorveglianza continua.
- Protocolli di gestione del rischio.
- Coinvolgimento attivo di specialisti sanitari.
Suggerimenti per approfondire
- Diritti dei detenuti: Amnesty International – Diritti Umani nelle carceri.
- Art. 2 CEDU e obblighi positivi: Consiglio d’Europa – Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
- Giurisprudenza della Corte EDU: HUDOC Database.
Conclusioni
La condanna della Norvegia da parte della Corte EDU per violazione dell’art. 2 CEDU rappresenta un significativo richiamo all’adeguatezza delle cure e delle misure preventive in custodia cautelare. Gli Stati devono adottare protocolli rigorosi per garantire che nessun detenuto venga esposto a rischi evitabili per la propria vita.




