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Avvocato Massimo Ferrante

Decreto Cittadinanza 2025: l’Italia chiude la porta anche agli investitori esteri?

Una riforma miope che scoraggia investimenti, ritorni e legami con l’Italia

Con il Decreto Legge 28 marzo 2025 n. 36, il Governo italiano ha scelto di restringere in modo drastico l’accesso alla cittadinanza italiana per discendenza. Una decisione che, dietro la retorica del “rafforzare il senso di appartenenza”, finisce per penalizzare anche coloro che scelgono di investire in Italia, creare lavoro o tornare nel Paese d’origine dei propri avi.

La riforma ridefinisce lo ius sanguinis, limitandolo solo ai discendenti di prima e seconda generazione: da oggi, ha diritto alla cittadinanza italiana solo chi ha un genitore o un nonno nato in Italia. Una stretta senza precedenti, che rischia di mettere a repentaglio i rapporti storici con le comunità italiane all’estero e di chiudere la porta proprio a chi guarda con interesse all’Italia come terra di ritorno e investimento.

Ius sanguinis: da ponte con il mondo a barriera burocratica

Il principio dello ius sanguinis, finora strumento di legame tra l’Italia e i milioni di italo-discendenti nel mondo, viene trasformato in una barriera selettiva e penalizzante. Chi ha radici italiane ma discende da trisavoli o bisnonni – come accade nella maggior parte dei casi in America Latina – viene automaticamente escluso.

Una scelta miope che ignora una realtà evidente: molti richiedenti cittadinanza non sono opportunisti, ma imprenditori, studenti, ricercatori, professionisti che scelgono l’Italia come seconda casa, portando risorse, idee e investimenti.

Un attacco anche agli investitori esteri con legami familiari

Colpisce in particolare l’assenza di ogni apertura verso gli investitori stranieri con origini italiane. Nessun canale preferenziale, nessun riconoscimento per chi decide di scommettere economicamente sull’Italia. Al contrario, la riforma alza muri normativi, burocratici e simbolici, impedendo di fatto che la cittadinanza italiana diventi un incentivo allo sviluppo.

Mentre altri Paesi europei offrono la cittadinanza a chi investe in attività produttive o immobiliari, l’Italia sceglie di complicare l’accesso anche per chi ha sangue italiano nelle vene e desidera contribuire alla crescita del Paese.

Il requisito dei 25 anni: un controllo a lungo termine che penalizza i legami veri

Il disegno di legge prevede anche un ulteriore ostacolo: per mantenere la cittadinanza, sarà necessario dimostrare ogni 25 anni l’esercizio di un diritto o dovere civico (es. voto, rinnovo passaporto, regolarità fiscale). Un criterio che, nella pratica, rischia di far decadere la cittadinanza a moltissimi italo-discendenti che, pur vivendo all’estero, mantengono un forte legame culturale e affettivo con l’Italia.

I numeri usati dal Governo non giustificano la chiusura

Il Governo giustifica la riforma con l’aumento delle richieste e dei procedimenti pendenti (oltre 60.000 nel 2024). Ma i numeri, anziché legittimare la stretta, dovrebbero portare a migliorare l’efficienza amministrativa, non a negare diritti. Se i consolati sono sovraccarichi, è responsabilità delle istituzioni rafforzare il sistema, non svuotare di senso un principio storico come quello dello ius sanguinis.

Centralizzazione alla Farnesina: davvero sarà più efficiente?

La competenza sul riconoscimento della cittadinanza passerà a un nuovo ufficio presso la Farnesina, con l’obiettivo dichiarato di velocizzare le pratiche. Ma la domanda resta: una centralizzazione basterà a risolvere le inefficienze o diventerà solo un altro collo di bottiglia?

L’identità non si misura con una generazione

Con questa riforma, il Governo lancia un messaggio chiaro (e pericoloso): l’Italia non vuole più essere la patria degli italiani nel mondo, ma di chi può dimostrare un legame stretto, recente, controllabile. Una visione riduttiva e burocratica dell’identità, che nega il valore culturale e simbolico della cittadinanza italiana come ponte tra generazioni, continenti e storie familiari.

Il decreto cittadinanza 2025 si presenta come un tentativo di mettere ordine, ma in realtà rischia di isolare l’Italia, perdere legami preziosi e scoraggiare investimenti da parte di chi, invece, crede ancora in questo Paese. Limitare la cittadinanza significa limitare il futuro.

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