IL DELITTO DI ATTI PERSECUTORI O COMUNEMENTE DETTO “STALKING”

L’art. 612 bis del Codice Penale – a seguito delle modifiche apportate con il D.L. del 14 Agosto 2013, n. 93 e convertito nella Legge del 15 Ottobre 2013, n. 119 – sancisce al primo comma che è punito

«[…] con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita». Il secondo comma dispone, peraltro, che la pena è aumentata «[…] se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici».

Il terzo comma stabilisce, ulteriormente, che la pena è aumentata

«[…] fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità […] ovvero con armi o da persona travisata».

Il reato di atti persecutori si traduce in una fattispecie plurioffensiva tesa a salvaguardare tanto la libertà morale quanto lo stato di salute della persona offesa.

Con maggiore dettaglio, il cd. reato di stalking evidenzia dunque un carattere abituale e l’evento di danno deve rinvenirsi in una modifica sostanziale delle abitudini della vittima nonché in uno stato di ansia, grave e perdurante, ingenerato nella medesima.

L’evento può essere anche di pericolo, integrato dal timore fondato per la propria incolumità o per quella di un prossimo congiunto o di chiunque legato alla persona offesa da un rapporto affettivo, secondo quanto sancito dalla sentenza della Cass. Penale del 23 Gennaio 2018, n. 8744.

Il reato di stalking si configura, financo, nel momento in cui gli atti vengono reiterati nel tempo.

Al fine della configurabilità del delitto di atti persecutori – che ha natura abituale – deve essere accertato l’effetto della complessiva e reiterata condotta persecutoria del soggetto agente sulla psiche così come sullo stile di vita della persona offesa, in seguito al disagio progressivamente accumulatoe senza che rilevi l’eventuale atteggiamento conciliantedella vittima.

Il quarto comma della norma succitata recita che il delitto:

 «[…] è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio […]», ancora, «[…]se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità […] nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio».

Il D.L. del23 Febbraio 2009, n. 11 – convertito con modificazioni dalla Legge del 23 Aprile 2009, n. 38 – concernenti le misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, così come in tema di atti persecutori, conferiscono la possibilità per la persona offesa – fino a quando non è proposta querela – di avanzare al Questore richiesta di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta.

Si apportano, peraltro, una serie di modifiche al Codice di Procedura Penale tra le quali emerge la previsione della nuova misura coercitiva del divieto di avvicinamento dell’imputato ai luoghi frequentati dalla vittima del reato.

Si prevede ulteriormente l’obbligo per le Forze dell’Ordine, per i presidi sanitari e per le istituzioni pubbliche che ricevono dalla persona offesa una notizia di reato di atti persecutori di fornire tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio ed eventualmente di metterla in contatto con tali strutture.

Con l’emanazione della Legge del 25 Luglio 2019, n. 69 (meglio conosciuto come il cd. Codice Rosso) il legislatore ha poi introdotto, nell’ordinamento penale domestico, l’art. 612 ter del Codice Penale. Tale normativa, volta a disciplinare ciò che viene comunemente indicato con l’espressione di revenge porn, prevede che

«[…]chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento […]».«[…]La pena […]», infine, «[…] è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio».

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