IL REATO DI DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA ANCHE SU FACEBOOK

L’art. 595 del Codice Penale riguardante la diffamazione stabilisce che

«Chiunque, […], comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro». «Se l’offesa consiste […]», ancora, «[…] nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a duemilasessantacinque euro». Il terzo comma della norma succitata prevede, poi, che se l’offesa«[…] è recata col mezzo della stampa […] o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro».

In tal caso si può parlare di diffamazione aggravata e si configura allorquando il reato viene commesso, ad esempio, tramite un quotidiano o una rivista.

Oggigiorno i moderni strumenti informatici e la propagazione dei messaggi, peraltro, integrano ed aggravano il reato di diffamazione poiché amplificano esponenzialmente la divulgazione degli stessi nelle varie piattaforme social. Va evidenziato, infatti, che la diffamazione a mezzo internet è riconducibile alla fattispecie di cui al terzo comma dell’art 595 del Codice Penale.

La V Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ha ulteriormente chiarito, con l’emanazione della sent. n. 2251/2023, come

«[…] l’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso, mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore […]». «[…] In difetto del requisito della contestualità, che non risulta in alcun modo emerso nel corso del processo […]», ne consegue, «[…] l’offeso resta estraneo alla comunicazione intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore […]; nel qual caso, si profila l’ipotesi della diffamazione […]».

Pronunziandosi sul tema, i Giudici di legittimità hanno dunque evidenziato come la condotta di chi deride un individuo, comunicando con più soggetti, può certo ritenersi una vera e propria aggressione alla reputazione di una persona.

Altro mezzo oltre quello dei social network, attraverso il quale è possibile compiere il reato di diffamazione, è quello dell’e-mail.

I Giudici di legittimità, interpellati sulla configurabilità del reato in esame hanno infatti ritenuto che l’e-mail a contenuto diffamatorio diretta all’offeso e ad altri destinatari (almeno due) configura il reato di diffamazione e non anche il reato di ingiuria, stante la non contestualità del recepimento delle offese, atteso che le e-mail non sono altro che lettere in formato elettronico recapitate dalla casella di posta del mittente a singoli destinatari, non contestualmente presenti (Cass. n. 13252/2021).

La Corte Costituzionale ha infine ribadito, mediante la sent. n. 150/2021, come la reputazione individuale – che non va confusa con la mera considerazione che ciascuno nutre di se stesso o, ancora, con il semplice amor proprio – sia «[…] un diritto inviolabile, strettamente legato alla stessa dignità della persona […]».

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