LA LEGGE SULL’ABORTO E L’INGRESSO DELLE ASSOCIAZIONI PRO-LIFE NEI CONSULTORI

L’introduzione della Legge del 22 Maggio 1978, n. 194 nell’ordinamento italiano – recante le norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (I.V.G.) – ha rappresentato e rappresenta il risultato di decenni di lotte per i diritti così come di un radicale e progressivo cambiamento della sensibilità morale sul tema.

Già alcuni anni prima, va annoverato, la Corte Costituzionale aveva consentito il ricorso all’I.V.G. per motivi gravi attraverso l’emanazione della sentenza n. 27 del 18 Febbraio 1975 e con cui affermava come non fosse accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna con quella dell’embrione o altresì del feto.

«Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite» (Art. 1Legge del 22 Maggio 1978, n. 194).

Or bene, a partire dal 1978 l’accesso all’aborto volontario – dopo anni contraddistinti da frequenti (e sempre più crescenti) casi di aborti illegali nonché da un cospicuo numero di morti–permise al nostro Paese di tutelare, pur riconoscendo il diritto alla vita dell’embrione nonché del feto, il diritto della donna alla salute fisica o psichica qualora questa sia messa a rischio dalla prosecuzione della gravidanza, dal parto o dalla maternità.

I consultori familiari, fermo restando quanto stabilito dalla stessa normativa, assistono la donna in stato di gravidanza:

«[…] a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;

  1. b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;
  2. c) attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);
  3. d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori» ( 2Legge del 22 Maggio 1978, n. 194).

Entro i primi novanta giorni (ossia dodici settimane e sei giorni dall’ultima mestruazione), dunque, l’interruzione volontaria di gravidanza è consentita allorquando la donna «[…] accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico» (Art. 4Legge del 22 Maggio 1978, n. 194).

Ai sensi dell’art. 5 della normativa suestesa, il consultorio e la struttura socio-sanitaria (oltre a dover garantire inecessari accertamenti medici) hanno il compito «[…] in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

Decorsi i primi novanta giorni, invero, l’I.V.G. può essere praticata:

«[…] a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;

  1. b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna» ( 6Legge del 22 Maggio 1978, n. 194).

 

Al fine di poter ricorrere all’interruzione di gravidanza il soggetto interessato dovrà rivolgersi ad un Medico che si occuperà di redigere un documento attestante la richiesta del medesimo.

Tale documento – che si trasforma in certificato nelle ipotesi in cui il Medico dovesse evidenziare un carattere di urgenza – si rivela, difatti, irrinunciabile per accedere all’IVG.

Ove quest’ultimo non dovesse considerare l’intervento come urgente, invita la donna a rispettare un periodo di riflessione di sette giorni, trascorsi i quali potrà rivolgersi ad un centro autorizzato per l’espletamentodella procedura.

 

«Secondo la Legge 194 del 1978[…]», approfondisce dettagliatamente l’Associazione Luca Coscioni in un suo articolo dal titolo Aborto e contraccezione, «[…] tutte le interruzioni volontarie della gravidanza sono “terapeutiche”, poiché l’aborto è ammesso solo nei casi in cui la gravidanza o il parto costituiscano un pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Tuttavia, comunemente viene definito “terapeutico” l’aborto praticato oltre il novantesimo giorno di gestazione (cioè nel secondo trimestre di gravidanza)».«[…] La legge 194 non definisce […]»,ancora, «[…]un limite di epoca gestazionale per l’aborto terapeutico, ma all’articolo 7 stabilisce che, nel caso in cui il feto abbia raggiunto uno stadio di sviluppo che ne permette la sopravvivenza al di fuori dell’utero (cioè attorno alle 22-24 settimane), il Medico metta in atto tutti gli interventi per salvaguardarne la vita; pertanto, al fine di scongiurare la nascita di bambini con gravissimi handicap, si tende a non  procedere oltre le 22-24 settimane, pur tenendo sempre in conto la compatibilità della patologia fetale con la possibilità di vita autonoma[…]».«[…]Dalla relazione ministeriale si può vedere come[…]»,financo,«[…] dopo oltre 40 anni […] la legge sia ancora applicata male e addirittura non applicata in molti suoi punti e in molte aree del nostro Paese[…]. Inoltre, dopo oltre 40 anni, la Legge stessa ha mostrato inadeguatezze nel testo, da cui originano ingiustizie inaccettabili e che dovrebbero essere modificate per garantire realmente a tutte il diritto alla salute, se non quello all’autodeterminazione[…]».(Fonte: https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/aborto-e-contraccezione/aborto).

 

Ciò detto, nel periodo odierno ed ai fini dell’organizzazione dei servizi nei consultori, le singole Regioni (si era già verificato in Piemonte e nel Lazio, in forza di alcune delibere) possono e potranno «[…] avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità», secondo quanto previsto da un emendamento inserito nel Decreto Legge del 2 Marzo 2024, n. 19 (su cui il Consiglio dei Ministri aveva posto la fiducia) successivamente convertito nella Legge del 29 Aprile 2024, n. 56.

 

Il coinvolgimento delle cd. Associazioni Pro-Life (le quali hanno sempre manifestato in toto posizioni antiabortiste) nell’ambito dei consultori, secondo il giudizio delle forze politiche di opposizione in Parlamento, rappresenta in ultima battuta

«[…]l’ennesima offesa ai diritti della donna e alla sua autodeterminazione […]».

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