LA REVISIONE: UNICO STRUMENTO DOPO LA SENTENZA DEFINITIVA DI CONDANNA

La revisione, nel processo penale, è un mezzo di impugnazione straordinario.

Si tratta di uno strumento che riguarda, a differenza dei mezzi di impugnazione ordinari, le sentenze che sono ormai passate in giudicato, cioè che sono divenute definitive.

La natura eccezionale di questo strumento di ricorso comporta che i casi in cui detto rimedio può essere adito sono tassativamente previsti e sono i seguenti:

  1. a) se i fatti stabiliti a fondamento della sentenza o del decreto penale di condanna non possono conciliarsi con quelli stabiliti in un’altra sentenza penale irrevocabile del giudice ordinario o di un giudice speciale;
  2. b) se la sentenza o il decreto penale di condanna hanno ritenuto la sussistenza del reato a carico del condannato in conseguenza di una sentenza del giudice civile o amministrativo, successivamente revocata, che abbia deciso una delle questioni pregiudiziali previste dall’art. 3 ovvero una delle questioni previste dall’art. 479 c.p.p.;
  3. c) se è dimostrato che la condanna venne pronunciata in conseguenza di falsità in atti o in giudizio o di un altro fatto previsto dalla legge come reato.

Tuttavia, uno dei casi più interessanti di revisione, è il seguente:

se dopo la condanna sono sopravvenuta o si scoprono nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto a norma dell’art. 631 c.p.p.;

Ed infatti, questa disposizione consente di rivolgersi alla Corte di Appello per riaprire un procedimento definito, nel caso in cui sopraggiungono prove nuove che consentono il pronunciamento di una sentenza di assoluzione.

La disposizione, cioè, mira a garantire il rispetto della verità sostanziale anche quando questa travalica le regole processuali che imporrebbero la definitività del giudicato. Questo principio di favor rei appare evidente se si consideri che la riapertura del procedimento in presenza di una nuova prova è ammesso solo nel caso in cui sia possibile il pronunciamento di una sentenza di assoluzione (e non, ad esempio, di condanna o di diminuzione della pena).

La Sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha consentito di delineare i criteri che consentono di inquadrare la nozione di “prova nuova” è la Sentenza n. 642/2002 del 26.09.2001, che ha sostanzialmente confermato la Sentenza della Corte di Appello di Perugia nr. 139/2001 del 19.02.2001, risolvendo delle questioni giuridiche che riguardano, per l’appunto, la nozione di prova nuova ai fini della revisione.

Innanzitutto la Corte afferma che:

«ai fini dell’ammissibilità della richiesta di revisione, prova nuova é, oltre la prova sopravvenuta, la prova scoperta, la prova non acquisita e la prova acquisita ma non valutata, come risulta dalla disposizione dell’art. 630 lett. c) c.p.p. che àncora la novità della prova alla sua avvenuta valutazione nel giudizio di cognizione».

Dunque, prova nuova ai fini della Revisione potrà essere sia la prova non acquisita che la prova acquisita e non valutata nel processo, poiché di fatto la stessa sarebbe valutata per la prima volta dal giudice della revisione.

In secondo luogo, la Corte chiarisce che la nozione di “prova nuova” si riferisce ad elementi di prova, non certo a prove in senso tecnico giuridico, le quali, per l’appunto si formano nel corso del processo e non possono, per tale ragione, essere acquisiste direttamente.

Ancora, la Corte di Cassazione chiarisce che:

«una richiesta di revisione può essere dichiarata inammissibile, per infondatezza, solo nel caso in cui detta infondatezza sia manifesta, rilevabile ictu oculi, percepibile ad un semplice, primo e sommario esame delibativo, mancando anche il fumus della sua apprezzabilità»

In sostanza. Secondo la Corte, il giudizio di inammissibilità non può costituire un’anticipazione del giudizio di revisione, cioè non potrà contenere, ad esempio, valutazione sulla “novità” della prova.

Ed ancora, la Corte chiarisce come la revisione possa ad avere ad oggetto unicamente la prova nuova e non già un “thema probandum”, a meno che questo non sia supportato da elementi di prova nuovi e mai esaminati.

Ad esempio la prospettazione di un’alibi diverso non comporterà la dichiarazione di inammissibilità della richiesta di revisione se esso è supportato da elementi di prova nuovi (nel caso di specie, si trattava di prove testimoniali mai acquisite perché sconosciute alla difesa).

Infine, la Corte chiarisce come, in ossequio alla sua Giurisprudenza, ha ritenuto ammissibile la revisione anche nel caso in cui la prognosi sia quella di assoluzione per insufficienza o contraddittorietà delle prove.

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