LE “STANZE DELL’AMORE” E LA RIVOLUZIONARIA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE

È di recente divulgazione la notizia secondo cui la Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova, sulla scia di una rivoluzionaria sentenza della Corte Costituzionale, starebbe ipotizzando l’allestimento di alcune cd. stanze dell’amore (mediante alcuni prefabbricati mobili siti in delle aree del cortile all’interno della struttura carceraria) al fine di consentire ai detenuti la possibilità di intrattenere rapporti privati ed intimi con i rispettivi partners.

Tale sperimentazione – che ha ricevuto il diniego da parte di un Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia – si fonderebbe su quanto tracciato dal Giudice delle leggi attraverso l’emanazione della sentenza n. 10/2024 in materia di affettività e di sessualità in Carcere.

Con ordinanza di rimessione n. 5/2023, infatti, il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto aveva sottoposto all’attenzione della Corte la legittimità del divieto assoluto di fruire con il partner di colloqui visivi intimi senza il controllo a vista del personale della Polizia Penitenziaria, secondo quanto previsto dal terzo comma dell’art. 18 della Legge sull’Ordinamento Penitenziario, che prevede come

«I colloqui si svolgono in appositi locali sotto il controllo a vista e non auditivo del personale di custodia. I locali destinati ai colloqui con i familiari favoriscono, ove possibile, una dimensione riservata del colloquio e sono collocati preferibilmente in prossimità dell’ingresso dell’istituto. Particolare cura è dedicata ai colloqui con i minori di anni quattordici».

Già sottoposta in precedenza alla Corte Costituzionale e risolta con la sentenza n. 301/2012, il succitato Magistrato ha ritenuto centrale affrontare preliminarmente la questione dell’ammissibilità della questione di legittimità costituzionale facendo presente che, in quel frangente, la Corte ha deciso per l’inammissibilità poiché la questione non era rilevante né pertinente rispetto al procedimento penale da cui era stata sollevata e che il reclamo non era stato sufficientemente preciso nel descrivere la situazione del detenuto.

In quella sentenza, pur tuttavia, il Giudice delle leggi rilevava già l’illegittimità del divieto assoluto di colloqui intimi, osservando che questi ultimi fossero

«[….]una esigenza reale e fortemente avvertita, quale quella di permettere alle persone sottoposte a restrizione della libertà personale di continuare ad avere relazioni affettive intime, anche a carattere sessuale».

A distanza di oltre dieci anni ed attraverso il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto che ha ritenuto la fattispecie meritevole di un ulteriore riesame, la su estesa ordinanza di rimessione ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 13, primo e quarto comma, 27, terzo comma, 29, 30,31, 32 e 117, primo comma della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli artt. 3 e 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) – questioni di legittimità costituzionale dell’art. 18 ordin. penit.

«nella parte in cui non prevede che alla persona detenuta sia consentito, quando non ostino ragioni di sicurezza, di svolgere colloqui intimi, anche a carattere sessuale, con la persona convivente non detenuta, senza che sia imposto il controllo a vista da parte del personale di custodia».

Emerge dalla sentenza Corte Cost. n. 10/2024 come il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto abbia assunto, a riguardo, che la questione dell’affettività del detenuto non possa essere risolta mediante l’istituto dei permessi premio in quanto sarebbe improprio subordinare ad una logica premiale l’esercizio di un diritto fondamentale. L’Amicus Curiae ha sottolineato, d’altronde, che ai permessi premio accede una quota modesta della platea dei detenuti.

Il permesso premio, concedibile anche «per consentire di coltivare interessi affettivi» (art. 30-ter, comma 1, ordin. penit.), non elimina il problema dell’affettività del detenuto bensì consente soltanto di alleggerirlo, trasferendo “fuori le mura” la realizzazione delle esigenze affettive per chi abbia accesso al beneficio premiale. L’inadeguatezza dell’attuale situazione normativa è, dunque, di particolare evidenza per il detenuto in attesa di giudizio.

È quindi confermato che la disciplina dei permessi premio non è attualmente idonea a risolvere il problema dell’affettività del detenuto e che esso ha pertanto una necessaria dimensione intramuraria, profilo che assicura la rilevanza delle questioni sollevate dal Magistrato di Sorveglianza della cittadina umbra.

L’ordinamento giuridico tutela infatti – come ricorda il Giudice delle leggi –le relazioni affettive della persona nelle formazioni sociali in cui esse si esprimono, riconoscendo ai soggetti legati dalle relazioni medesime la libertà di vivere pienamente il sentimento di affetto che ne costituisce l’essenza. Lo stato di detenzione può incidere sui termini e sulle modalità di esercizio di questa libertà, ma non può annullarla in radice, con una previsione astratta e generalizzata, insensibile alle condizioni individuali della persona detenuta e alle specifiche prospettive del suo rientro in società.

La prescrizione del controllo a vista sullo svolgimento del colloquio del detenuto con le persone a lui legate da stabile relazione affettiva – in quanto disposta in termini assoluti e inderogabili – si risolve in una compressione sproporzionata e in un sacrificio irragionevole della dignità della persona, quindi in una violazione dell’art. 3 della Costituzione, sempre che, tenuto conto del comportamento del detenuto in carcere, non ricorrano in concreto ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina, né sussistano, rispetto all’imputato, specifiche finalità giudiziarie.

L’irragionevolezza della natura assoluta della prescrizione si riverbera poi sulle persone che, pur estranee al reato e alla pena, sono vicine al detenuto per amore e per rapporti di famiglia. Come ribadisce la Corte Costituzionale, a tal riguardo, è inevitabile che la pena produca degli effetti pregiudizievoli indiretti su tutte le persone legate affettivamente al detenuto, ma ciò non significa che i familiari debbano patire più di quanto strettamente necessario e direttamente discendente dalla condizione di restrizione dell’amato:

«Per quanto in certa misura sia inevitabile che le persone affettivamente legate al detenuto patiscano le conseguenze fattuali delle restrizioni carcerarie a lui imposte, tale riflesso soggettivo diviene incongruo quando la restrizione stessa non sia necessaria, e pertanto, nella specie, quando il colloquio possa essere svolto in condizioni di intimità senza che abbiano a patirne le esigenze di sicurezza».

La tutela della dimensione bilaterale della pena, ancora, viene valorizzata grazie al richiamo al parametro convenzionale dell’art. 8 della CEDU: secondo la giurisprudenza della Corte EDU, infatti, il diritto alla vita privata e familiare è comprimibile soltanto se il divieto rispetta il principio di proporzionalità ed è ancorato a finalità legittime.

Per la Corte Costituzionale, quindi,

«[…] il carattere assoluto e indiscriminato del divieto di esercizio dell’affettività intramuraria, quale deriva dall’inderogabilità della prescrizione del controllo a vista sullo svolgimento dei colloqui, pone l’art. 18 ordin. penit. in contrasto con l’art. 8 CEDU, sotto il profilo del difetto di proporzionalità tra tale radicale divieto e le sue, pur legittime, finalità».

Può ipotizzarsi che le visite a tutela dell’affettività – dichiara il Giudice delle leggi – si svolgano in unità abitative appositamente attrezzate all’interno degli istituti, organizzate per consentire la preparazione e la consumazione di pasti e riprodurre, per quanto possibile, un ambiente di tipo domestico.

È comunque necessario che sia assicurata la riservatezza del locale di svolgimento dell’incontro, il quale, per consentire una piena manifestazione dell’affettività, deve essere sottratto non solo all’osservazione interna da parte del personale di custodia (che dunque vigilerà solo all’esterno), ma anche allo sguardo degli altri detenuti e di chi con loro colloquia.

La Corte Costituzionale non si è limitata soltanto a dichiarare illegittima l’assolutezza del divieto di cui al terzo comma dell’art. 18 della Costituzione, bensì ne ha individuato limiti e destinatari. Possono quindi rilevare in senso ostativo – non soltanto la pericolosità sociale del detenuto, ma anche – irregolarità di condotta e precedenti disciplinari, in una valutazione complessiva che appartiene in prima battuta all’amministrazione e in secondo luogo al Magistrato di Sorveglianza.

In coerenza con l’oggetto del giudizio principale, instaurato dal reclamo di un detenuto in regime ordinario di media sicurezza, la Corte Costituzionale ha peraltro sottolineato che deve precisarsi che la recente sentenza emanata non concerne i regimi detentivi speciali.

Essa, in particolare, non riguarda il regime speciale di detenzione di cui all’art. 41-bis della Legge sull’Ordinamento Penitenziario poiché esso, ai sensi del comma 2-quater, lettera b), della stessa disposizione, comporta l’applicazione di una disciplina dei colloqui radicalmente derogatoria, quanto al controllo finanche auditivo sui colloqui medesimi e alla conformazione dei locali in cui si svolgono.

La Corte Costituzionale, in ultima istanza, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 della Legge del 26 Luglio 1975 n. 354 nella parte in cui non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa – nei termini di cui in motivazione – a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia quando, tenuto conto del comportamento della persona detenuta in carcere, non ostino ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina né, riguardo all’imputato, ragioni giudiziarie.

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