La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in esame offre una preziosa opportunità per tutti coloro che, dopo essere stati sottoposti a una misura di prevenzione, abbiano visto successivamente annullata tale misura e riscontrato problemi nella restituzione dei beni sequestrati.
Presunzione di innocenza e risarcimento
In particolare, la Corte Europea ha affermato chiaramente che, in base al principio della presunzione di innocenza e del correlato principio “in dubio pro reo”, non può esistere alcuna differenza tra un’assoluzione per insufficienza di prove e una per accertata innocenza. Ciò significa che tutte le assoluzioni garantiscono pienamente la tutela dell’individuo e danno diritto a un equo risarcimento dei danni eventualmente subiti.
Conservazione dei beni sequestrati
In relazione alla invocata violazione dell’art. 1 Prot. 1, che sarebbe derivata dal mancato riconoscimento del risarcimento dei danni subiti per effetto della distruzione e del deterioramento dei beni sequestrati nel corso della seconda procedura penale, la Corte di Strasburgo, pur avendo ribadito che l’art. 1 Prot. 1 non sancisce un diritto per la persona prosciolta di chiedere il risarcimento per i danni derivanti dal sequestro dei beni nel corso di in una procedura penale (cfr. Adamczyk c. Polonia, n. 28551/04, 7 novembre 2006), sottolinea, in ogni caso, che quando l’autorità giudiziaria sequestra dei beni, deve adottare tutte le misure ragionevoli per la loro conservazione.
Onere della prova e responsabilità dello Stato
La legislazione nazionale deve, peraltro, prevedere la possibilità di avviare un procedimento contro lo Stato al fine di ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla mancata conservazione dei beni stessi. Orbene, nel caso di specie, il ricorrente ha proposto ricorso contro lo Stato per i danni ai beni sequestrati, sulla base dell’art. 292 della legge sul funzionamento anormale della giustizia, ricorso che è stato, tuttavia, rigettato sia dalle autorità nazionali che dalla Suprema Corte, con la motivazione che il ricorrente non avrebbe dimostrato il danno ai beni sequestrarti.
Sul punto la Corte Europea ha, tuttavia, statuito che l’onere della prova circa la condizione dei beni sequestrati deve gravare sull’Amministrazione della giustizia, responsabile della conservazione degli stessi per tutto il periodo del sequestro e non sul ricorrente. Tanto premesso, ribadito altresì che ogni sequestro provoca un danno ma che questo non dovrebbe superare i limiti dell’inevitabile (Raimondo c. Italia, 22 febbraio 1994, § 33 serie a n. 281-A), la Corte ha affermato che, nel caso di specie, le autorità interne che hanno respinto la richiesta di risarcimento del ricorrente hanno fatto pesare sullo stesso un peso eccessivo e sproporzionato, con evidente violazione dell’art. 1 Prot. 1.
La Corte Europea ha dichiarato ammissibili le doglianze relative agli articoli 6 § 2 e 1 Prot. n° 1, condannando la Spagna per entrambe le violazioni.
Per quanto riguarda la riparazione dei danni materiali, la Corte ha rinviato la questione per ulteriori valutazioni. Ha tuttavia riconosciuto a Tendam un risarcimento per danno morale pari a 15.600 euro.
Un importante strumento di tutela
Questo importante precedente offre quindi ai cittadini uno strumento efficace per difendersi e ottenere giustizia e risarcimenti adeguati ogni qualvolta siano vittime di provvedimenti preventivi successivamente annullati o si trovino in situazioni in cui i beni sequestrati abbiano subito deterioramenti o perdite di valore a causa di una cattiva gestione da parte delle autorità.
Rivolgersi tempestivamente a un legale esperto in materia permette dunque di tutelare al meglio i propri diritti, facendo valere con successo i principi stabiliti dalla Corte Europea.
Scarica la sentenza AFFAIRE TENDAM c. ESPAGNE
Come funziona il ricorso alla Corte EDU?
Il ricorso alla Corte EDU funziona come un procedimento internazionale volto a verificare se uno Stato abbia violato i diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il ricorrente deve dimostrare di aver subito una violazione concreta e di aver previamente esaurito tutti i rimedi interni effettivi. La CORTE EDU non riesamina i fatti come un giudice nazionale, ma valuta la compatibilità della condotta statale con gli standard convenzionali.
Che cosa significa fare ricorso alla Corte EDU?
Fare ricorso alla Corte EDU significa attivare un meccanismo di tutela sovranazionale contro lo Stato responsabile della violazione dei diritti fondamentali. Il ricorso non è un quarto grado di giudizio, ma uno strumento di controllo sul rispetto della Convenzione. La Corte accerta la violazione e può condannare lo Stato al risarcimento del danno, oltre a imporre misure generali correttive.
Quando è necessario fare ricorso alla Corte EDU?
Il ricorso alla Corte EDU è necessario quando il sistema giudiziario interno non ha fornito una tutela effettiva dei diritti garantiti dalla Convenzione. Ciò accade, ad esempio, in presenza di indagini inefficaci, processi irragionevolmente lunghi o decisioni arbitrarie. Il ricorso deve essere presentato entro quattro mesi dalla decisione interna definitiva.
Chi può fare ricorso alla Corte EDU?
Può fare ricorso alla Corte EDU qualsiasi persona fisica che si ritenga vittima di una violazione della Convenzione.
Possono ricorrere anche persone giuridiche, associazioni e organizzazioni non governative.
È necessario dimostrare di essere direttamente e personalmente colpiti dalla violazione denunciata.
In quanto tempo posso fare ricorso alla Corte EDU?
Il ricorso alla Corte EDU deve essere presentato entro quattro mesi dalla decisione interna definitiva.
Il termine decorre dalla data di deposito o comunicazione della decisione finale.
Il rispetto del termine è essenziale, poiché il suo superamento comporta l’inammissibilità del ricorso




