Il contesto della vicenda
La richiedente, nata nel 1994 a Shegbwema, in Sierra Leone, è stata costretta a lasciare il suo Paese d’origine per proteggere sua figlia dalle mutilazioni genitali femminili, una pratica ancora largamente diffusa in Sierra Leone. Secondo i dati forniti dall’EASO (European Asylum Support Office), il 90% delle donne tra i 15 e i 49 anni nel Paese subiscono questa pratica, considerata un rito di passaggio per l’accettazione sociale e legata alle società segrete Bondo.
La fuga dalla Sierra Leone
La donna ha dichiarato di essere fuggita dal suo Paese il 18 ottobre 2016, dopo che il marito e la suocera avevano insistito affinché sua figlia, all’epoca piccola, fosse infibulata per potersi inserire nel contesto tradizionale della società locale. L’istante si è opposta fermamente, avendo lei stessa subito tale violenza in giovane età.
Questa opposizione ha scatenato violenze domestiche, culminate in un’aggressione con un coltello da parte del marito, che ha cercato di sottrarle la bambina.
Non ottenendo protezione dalle autorità locali, che hanno indirizzato la donna al “Chief” del villaggio, noto per sostenere la pratica dell’infibulazione, la richiedente ha deciso di fuggire, prima recandosi a Freetown e successivamente in Guinea Conakry e Gambia, per poi giungere in Italia attraversando la Libia.
Il viaggio migratorio e la tratta
Durante il viaggio verso l’Italia, la donna e sua figlia sono state vittime di tratta in Libia. La richiedente ha raccontato di essere stata “comprata” e poi costretta a lavorare per un uomo che la minacciava di violenze. Nonostante le condizioni in cui si trovava, ha perseverato nella fuga, riuscendo infine a imbarcarsi per l’Italia, dove è giunta il 6 maggio 2017.
Le condizioni di violenza e sfruttamento subite durante il percorso migratorio sono state considerate rilevanti dal Tribunale, in quanto conformi alle testimonianze di numerosi rapporti internazionali, tra cui quello dell’UNHCR sulla condizione dei migranti sub-sahariani in Libia, in cui si denuncia l’uso sistematico della violenza sessuale e delle detenzioni arbitrarie.
La richiesta di protezione internazionale
In seguito all’arrivo in Italia, la donna ha richiesto la protezione internazionale, sostenendo di temere per la propria vita e per quella di sua figlia nel caso di un ritorno in Sierra Leone. La Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Catania aveva inizialmente rigettato la richiesta, ritenendo non coerente il racconto della fuga. Tuttavia, la decisione è stata impugnata presso il Tribunale di Catania, che ha ribaltato il verdetto.
La decisione del Tribunale
Il Tribunale di Catania ha ritenuto credibile il racconto della richiedente, sottolineando come la pratica delle mutilazioni genitali femminili in Sierra Leone rappresenti una forma di persecuzione di genere. Il Tribunale ha anche evidenziato che la Commissione Territoriale non aveva tenuto adeguatamente conto del contesto socio-culturale di riferimento, giudicando in modo astratto l’implausibilità del racconto. Inoltre, è stato sottolineato come l’opposizione della donna alla pratica dell’infibulazione e le violenze subite dal marito configurassero un rischio concreto di persecuzione in caso di rimpatrio.
Il Tribunale ha quindi deciso di concedere lo status di rifugiato alla richiedente, ritenendo che ella fosse stata vittima di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani nel suo Paese di origine e durante il percorso migratorio. È stato anche riconosciuto che, in caso di ritorno in Sierra Leone, la donna e sua figlia sarebbero state esposte a nuovi rischi, sia per le pressioni sociali legate all’infibulazione, sia per le possibili ritorsioni da parte del marito e della sua famiglia.
Il caso evidenzia l’importanza di un’attenta valutazione delle specifiche situazioni di vulnerabilità delle donne che richiedono protezione internazionale. La persecuzione di genere e le mutilazioni genitali femminili costituiscono violazioni gravi dei diritti umani, che devono essere riconosciute e affrontate adeguatamente dal sistema giuridico. La decisione del Tribunale di Catania rappresenta un importante passo avanti nel garantire protezione a chi fugge da tali violenze.




