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Avvocato Massimo Ferrante

Pippo Fava: la verità come missione. Storia di un giornalista contro la mafia

Giuseppe Fava, conosciuto da tutti come Pippo Fava, è stato uno dei più coraggiosi giornalisti italiani del Novecento.

Intellettuale, scrittore, autore teatrale e, soprattutto, cronista intransigente, dedicò la sua vita alla denuncia del potere mafioso in Sicilia. La sua voce fu una delle poche a squarciare il silenzio che avvolgeva le connivenze tra mafia, politica e imprenditoria negli anni ’70 e ’80. Venne assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania, città nella quale aveva fondato il giornale I Siciliani. Ma la sua eredità morale e il suo esempio di giornalismo d’inchiesta sono ancora oggi fondamentali per chi crede nella libertà d’informazione.

Il contesto storico e culturale della Catania di Pippo Fava

Negli anni in cui Pippo Fava iniziava a scrivere e poi a denunciare, Catania era una città complessa, attraversata da contraddizioni forti. Da un lato, viveva un boom edilizio apparentemente prospero; dall’altro, era ostaggio di una mafia imprenditoriale silenziosa ma penetrante, molto diversa da quella sanguinaria di Corleone.

La mafia catanese era legata a doppio filo al potere economico e politico. Le famiglie mafiose non cercavano lo scontro aperto con lo Stato, ma preferivano infiltrarsi nei gangli del potere locale, nelle grandi imprese di costruzione, nella gestione degli appalti pubblici. La connivenza con settori dell’imprenditoria e della politica era forte e capillare. Era una mafia borghese, ben vestita, spesso protetta dal silenzio della stampa e dall’indifferenza delle istituzioni.

In questo contesto, i giornalisti che cercavano di indagare sui rapporti tra mafia e potere erano spesso isolati, se non esplicitamente osteggiati.

Gli inizi: da Palazzolo Acreide a Catania

Pippo Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925. Dopo la guerra, si laurea in Giurisprudenza ma ben presto capisce che la sua vera vocazione è il giornalismo. Si trasferisce a Catania, dove inizia a collaborare con diverse testate locali. Parallelamente, si dedica alla scrittura teatrale e romanzesca.

Ma è come cronista e poi come direttore che Fava trova la sua vera dimensione. Con uno stile diretto, incisivo, Fava racconta la realtà senza compromessi. Non teme di fare nomi e cognomi. Denuncia le ingiustizie, l’arroganza del potere, la violenza mafiosa che si maschera dietro l’apparente normalità delle relazioni economiche.

Il “Giornale del Sud” e la rottura

Nel 1980 Fava diventa direttore del Giornale del Sud, una testata catanese che sotto la sua guida comincia a pubblicare articoli di forte denuncia. È in questa fase che prende forma il suo metodo: un giornalismo fatto sul campo, basato su inchieste, nomi precisi, prove, testimonianze.

Ma il suo lavoro comincia a dar fastidio. Dopo appena un anno, viene sollevato dalla direzione del giornale. Ufficialmente per motivi editoriali; in realtà perché non era più controllabile. Troppi articoli scomodi, troppa libertà. Ma Fava non si arrende.

“I Siciliani”: un giornale libero e rivoluzionario

Nel 1982 fonda, insieme ad alcuni giovani giornalisti e studenti, la redazione del mensile I Siciliani. Il progetto è ambizioso: fare un giornale indipendente, che parli di mafia, politica, cultura, società, dal punto di vista della Sicilia. Un giornale che non faccia sconti a nessuno.

I primi numeri contengono inchieste durissime. Si parla del “quadro dei cavalieri”, cioè dei quattro grandi imprenditori catanesi – Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci – accusati da Fava di essere i veri padroni della città, in combutta con la mafia e protetti dalla politica.

Quegli articoli sono un terremoto. Nessuno prima di allora aveva osato toccare personaggi così potenti. Nessuno aveva avuto il coraggio di raccontare il legame tra economia e criminalità in maniera così diretta.

L’impegno civile e culturale

Pippo Fava non era solo un giornalista. Era anche un uomo di teatro, un romanziere, un educatore. Credeva fortemente nella cultura come strumento di liberazione. Aveva formato una squadra di giovani – Claudio Fava, Riccardo Orioles, Francesco Giordano, Antonio Roccuzzo – che oggi vengono riconosciuti come esponenti di un giornalismo antimafia autentico.

Scriveva: «Un giornalista è una persona che scrive quello che gli altri non vogliono far sapere. Tutto il resto è pubbliche relazioni». Era questa la sua idea di libertà di stampa: non l’equidistanza tra le parti, ma la ricerca ostinata della verità.

L’omicidio

Il 5 gennaio 1984, Pippo Fava viene ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre si trova nella sua auto, davanti al teatro Verga di Catania. Aveva appena accompagnato il nipote a una prova teatrale.

L’omicidio è immediatamente chiaro a tutti: è la mafia. Ma per anni le indagini non porteranno a nulla. Solo nel 1998 la Corte d’Assise di Catania condannerà all’ergastolo il boss Nitto Santapaola come mandante dell’omicidio. Ma la verità giudiziaria non restituirà la profondità della verità morale: Fava era stato ucciso perché diceva quello che nessuno voleva sentire.

L’eredità morale

Oggi Pippo Fava è considerato un martire della libertà di stampa. La sua figura è stata riscoperta, studiata, raccontata. A lui sono dedicate scuole, teatri, strade. Il suo esempio continua a ispirare giornalisti, attivisti, insegnanti.

Suo figlio Claudio Fava, giornalista e politico, ha portato avanti per anni la memoria del padre, impegnandosi anche come presidente della Commissione regionale antimafia siciliana. L’Associazione culturale Fondazione Giuseppe Fava mantiene viva l’eredità del giornalista attraverso convegni, pubblicazioni e attività con le scuole.

La vita e la morte di Pippo Fava ci ricordano che fare giornalismo vero significa assumersi dei rischi. Che la libertà d’informazione non è un diritto astratto, ma un esercizio quotidiano di responsabilità. Che in territori dove domina la paura, il silenzio è complicità.

Fava aveva capito prima di molti altri che la mafia non si combatte solo con le manette, ma con le parole, con le domande, con la cultura. Il suo lavoro è stato un atto d’amore per la Sicilia, per la giustizia, per la verità.

Oggi più che mai, nel tempo delle fake news e dell’informazione asservita ai poteri forti, la figura di Pippo Fava ci ricorda che il giornalismo ha senso solo se è dalla parte degli ultimi, dei senza voce, di chi non ha potere.

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