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Avvocato Massimo Ferrante

La figlia senza nome: la sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata e il diritto all’identità

La Corte EDU condanna l’Italia: una bambina apolide, un padre biologico ignorato

La sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata, depositata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo il 31 agosto 2023, affronta una questione umana e giuridica delicatissima. Al centro del caso vi è una bambina nata in Ucraina da una madre surrogata, grazie a un contratto di gestazione per altri firmato da due cittadini italiani. L’embrione era stato creato con il seme del padre biologico ricorrente e l’ovulo di una donatrice anonima.

Una storia che poteva essere comune a molte altre, ma che ha portato a una condanna dell’Italia da parte della Corte EDU, a causa del persistente rifiuto degli uffici dello stato civile italiani di trascrivere l’atto di nascita della bambina.

Le conseguenze? La minore è rimasta apolide. Senza nome, senza identità, senza diritti certi.

La frase chiave della Corte EDU: diligenza eccezionale e interesse del minore

Nel motivare la condanna, la Corte di Strasburgo ha usato parole inequivocabili:

“Gli Stati possono vietare la maternità surrogata, ma devono garantire il riconoscimento della filiazione biologica se è nell’interesse superiore del minore.”

Il cuore della sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata sta proprio qui: nell’interesse superiore del minore, nel diritto a un’identità, nel bisogno di risposte rapide da parte dello Stato.

La Corte EDU ha riconosciuto il legame tra la bambina e il padre biologico come tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Quest’articolo garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Il quadro normativo italiano: divieto assoluto, ma diritti da garantire

In Italia, la maternità surrogata è vietata. La legge n. 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita punisce tale pratica con sanzioni penali. Tuttavia, molte coppie italiane, impossibilitate ad avere figli, si rivolgono a Paesi esteri dove la maternità surrogata è legale, come l’Ucraina.

Una volta tornate in Italia, chiedono la trascrizione dell’atto di nascita. Ma si scontrano con il muro dell’ordine pubblico. I giudici italiani ritengono che l’interesse del minore non possa prevalere sul divieto assoluto stabilito dalla legge interna.

Ed è proprio questa posizione che la sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata ha ritenuto incompatibile con gli obblighi derivanti dalla Convenzione.

Il ruolo della Corte EDU: garantire l’identità e i diritti del minore

Per la Corte EDU, il diniego alla trascrizione ha provocato un’ingerenza nel diritto alla vita privata del minore. Un’ingerenza prevista dalla legge, sì, ma non necessaria in una società democratica.

La bambina è rimasta per anni priva di identità. Apolide. Senza diritti civili. Questa incertezza giuridica ha avuto un impatto diretto sulla sua vita quotidiana.

La Corte EDU ha criticato l’eccessivo formalismo mostrato dalle autorità italiane. Ha ribadito che, quando è in gioco la relazione tra un genitore e un figlio, lo Stato deve agire con “diligenza eccezionale”.

La posizione sul padre biologico: diritto al riconoscimento immediato

La Corte ha stabilito che il padre biologico deve poter ottenere il riconoscimento del legame genitoriale. In questo caso, non si trattava di una madre intenzionale, ma di un uomo che aveva effettivamente contribuito geneticamente alla nascita della figlia.

Secondo la giurisprudenza europea già affermata nel caso Mennesson c. Francia, il riconoscimento del legame tra padre e figlio è obbligatorio se compatibile con l’interesse del minore.

La sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata chiarisce quindi che l’autonomia legislativa degli Stati non può mai violare i diritti fondamentali del bambino.

La posizione sulla madre intenzionale: adozione possibile, nessuna violazione

Diversa la posizione assunta dalla Corte con riferimento alla madre intenzionale, cioè la donna italiana che ha partecipato al progetto genitoriale, ma senza legame biologico né gestazionale.

La Corte EDU ha escluso la violazione dell’articolo 8 in questo caso. Infatti, il diritto italiano consente il ricorso all’adozione in casi particolari, rendendo quindi possibile la creazione di un legame giuridico tra la minore e la madre intenzionale.

Non vi è stata dunque un’impossibilità assoluta, ma solo un diverso canale di riconoscimento. Secondo la Corte, questo è sufficiente per escludere una violazione della Convenzione.

Perché è una sentenza importante per il futuro

La sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata ha una portata che va oltre il singolo caso. Essa si inserisce in un contesto giurisprudenziale più ampio che riguarda i limiti all’autonomia legislativa degli Stati membri del Consiglio d’Europa.

La Corte EDU ha affermato con forza che non è sufficiente invocare l’ordine pubblico per giustificare ogni diniego. I diritti fondamentali dei minori non possono essere messi da parte.

Questo vale soprattutto oggi, in un momento in cui in Italia si discute dell’introduzione del cosiddetto “reato universale” sulla maternità surrogata. Una norma che punirebbe anche chi ricorre alla gestazione per altri all’estero.

Ma la sentenza ci ricorda che le leggi interne devono comunque rispettare la Convenzione.

Diritto all’identità e procedimenti rapidi: obblighi positivi per lo Stato

Un altro elemento chiave della pronuncia riguarda l’obbligo positivo dello Stato di predisporre un arsenale giuridico efficace. Le autorità nazionali devono garantire al minore il riconoscimento dell’identità in tempi rapidi e certi.

La Corte EDU ha osservato come il procedimento italiano fosse caratterizzato da ritardi, incertezze e formalismi. Elementi che hanno compromesso il diritto della bambina a una vita familiare serena.

“Il tempo trascorso senza soluzione giuridica ha consolidato una situazione di fatto dannosa per la minore” – scrive la Corte.

Il principio di fondo: proteggere l’interesse del minore, sempre

Il messaggio della sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata è chiaro:
i diritti dei minori non possono essere sacrificati per ragioni ideologiche o etiche.

Anche in assenza di consenso tra gli Stati sulla maternità surrogata, non si può impedire il riconoscimento della genitorialità biologica quando ciò compromette l’identità del bambino.

Gli Stati possono vietare una pratica, ma devono adottare misure alternative che assicurino una tutela concreta dei diritti familiari.

Affidarsi a chi conosce i ricorsi alla CEDU

Questa vicenda mostra quanto sia importante affidarsi a uno studio legale esperto in ricorsi alla Corte EDU. Non sempre i tribunali nazionali riescono a tutelare pienamente i diritti previsti dalla Convenzione europea. Per questo, conoscere le vie di ricorso a Strasburgo può fare la differenza.

Chi si trova in una situazione simile a quella della coppia protagonista della sentenza può rivolgersi a professionisti specializzati nel diritto sovranazionale. Solo così si può garantire una tutela effettiva dei diritti, in particolare quando coinvolgono minori.

Conclusioni: una svolta per i diritti dei bambini nati da surrogata

La sentenza C. c. Italia sulla maternità surrogata segna una tappa decisiva nel percorso di protezione dell’identità dei minori. La Corte EDU ha richiamato l’Italia ai suoi doveri, mostrando che l’ordine pubblico non può diventare uno scudo per violare i diritti fondamentali.

Il legislatore italiano dovrà tenerne conto, soprattutto ora che si discute di nuove norme più restrittive. Il diritto alla vita privata, all’identità e alla famiglia deve restare al centro del sistema giuridico, anche e soprattutto per i bambini più fragili.

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