La sentenza A.S. e M.S. c. Italia, emessa dalla Corte EDU il 19 ottobre 2023, segna un nuovo punto fermo nella giurisprudenza in tema di relazioni familiari conflittuali.
Il caso riguarda un padre e un figlio minorenne, coinvolti in una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria che ha messo in luce le gravi carenze del sistema italiano nella tutela della vita familiare e del benessere psicologico dei minori.
L’Italia è stata condannata per non aver agito tempestivamente e con efficacia. La Corte EDU ha rilevato una chiara violazione del diritto alla vita familiare, stabilito dall’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Violazione del diritto alla vita familiare: le radici del conflitto
Tutto ha inizio nel 2012, quando la madre del minore, M.S., si allontana dalla casa coniugale, portando con sé il figlio. Da quel momento, il padre, A.S., si trova costretto a lottare per mantenere un legame con il figlio, in un clima familiare altamente conflittuale. La madre si oppone in modo sistematico alle decisioni giudiziarie che riconoscono al padre ampi diritti di visita.
La Corte EDU evidenzia come, nonostante le numerose relazioni degli assistenti sociali e degli esperti che raccomandavano il collocamento del minore in una struttura neutrale, le autorità italiane abbiano agito con estremo ritardo.
Violazione del diritto alla vita familiare: il ritardo nelle misure di protezione
Le autorità giudiziarie italiane hanno impiegato più di sei anni per adottare misure efficaci. Una perizia del 2018 già segnalava che il minore viveva in un contesto psicologicamente opprimente. La madre, secondo i servizi sociali, era manipolativa e soffocante.
Nel 2019 il tribunale dispone un primo collocamento semiresidenziale, ma la misura viene ostacolata per mesi. La Corte EDU sottolinea: “la coabitazione con la madre era una fonte di malessere per il minore, che non poteva vivere liberamente e non poteva essere solo un bambino”.
Nonostante queste indicazioni, l’esecuzione del collocamento è stata rimandata più volte, anche a causa delle ferie estive degli assistenti sociali, un dettaglio che il giudice europeo non esita a definire inaccettabile.
Violazione del diritto alla vita familiare: responsabilità delle autorità italiane
La Corte EDU afferma con forza: “le autorità non hanno garantito un giusto equilibrio tra l’interesse superiore del minore e l’esigenza di mantenere i legami familiari”. L’Italia, in sostanza, ha mancato ai suoi obblighi positivi previsti dall’articolo 8.
La Corte riconosce che il contesto era difficile, ma ciò non giustifica i ritardi e le omissioni. Non sono stati messi in atto strumenti efficaci per contrastare la manipolazione psicologica esercitata dalla madre né per ristabilire il legame tra padre e figlio.
Il processo decisionale interno è stato lento, incerto, e spesso disorganizzato, come quando l’esecuzione di un decreto è stata sospesa per mancanza di personale disponibile.
Le conseguenze per il minore
La sentenza dedica grande attenzione alla condizione psicologica di M.S. L’influenza della madre, definita “simbiosi disfunzionale” dagli esperti, ha causato gravi danni. Il minore, secondo lo psicologo, sviluppava un comportamento pseudo-adulto, affetto da ipervigilanza e ipercontrollo emotivo.
La Corte EDU sottolinea come la violazione del diritto alla vita familiare sia strettamente connessa alla protezione dell’integrità psicologica del minore, componente essenziale della “vita privata” tutelata dall’art. 8 della Convenzione.
Una sentenza che richiama alla responsabilità
La Corte EDU invia un messaggio chiaro agli Stati membri: l’effettività dei diritti familiari non può dipendere dalla lentezza burocratica o dall’inerzia dei tribunali. Le autorità devono garantire che il processo decisionale sia rapido, coerente e orientato all’interesse del minore.
La decisione italiana di lasciare il minore in una situazione disfunzionale per anni ha avuto conseguenze psicologiche profonde. Il padre è stato privato di un vero rapporto con suo figlio per un tempo inaccettabile.
La sentenza A.S. e M.S. c. Italia rappresenta un precedente importante per chi si occupa di diritto di famiglia, tutela dei minori e diritti umani. È una sentenza che mostra quanto la violazione del diritto alla vita familiare possa scaturire non solo da azioni dirette, ma anche da omissioni e ritardi delle autorità competenti.
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